Prelevare un gatto sano dal proprio habitat o da una colonia felina non è un atto d’amore, ma un comportamento profondamente errato. Quando il presunto “affetto per gli animali” si trasforma nella spinta compulsiva a catturare e recludere ogni gatto incontrato, ci si trova di fronte a una dinamica che cambia radicalmente sia sotto il profilo clinico sia sotto quello legale.

La prospettiva psicologica: quando l’accudimento diventa patologia

In ambito psichiatrico e psicologico, questa condotta è riconducibile a quadri patologici ben precisi, in particolare all’Animal Hoarding (noto anche come Sindrome di Noè), una variante del Disturbo da Accumulo riconosciuta dal DSM-5.

  • Ossessione e possesso: Il soggetto accumula un numero elevato di animali guidato dalla convinzione sincera di volerli “salvare”. In realtà, la motivazione profonda non risponde alle reali esigenze dell’animale, ma a un bisogno ossessivo di controllo e territorialità.
  • Assenza di insight: Elemento cardine della patologia è la totale incapacità del soggetto di riconoscere la realtà delle proprie azioni. La persona rimane convinta di agire a fin di bene, anche quando la mancanza di spazi, cibo e igiene adeguati compromette gravemente il benessere degli animali e porta al degrado delle sue stesse condizioni di vita.

Il quadro tutelare e normativo

I gatti che vivono in stato di libertà e le colonie feline non sono animali “da prelevare”, ma entità tutelate dalla legge italiana (Legge 281/1991), che ne riconosce la territorialità e li definisce come parte del patrimonio indisponibile dello Stato. Prelevarli indebitamente significa dunque violare la loro natura e le norme previste per la loro protezione.